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15 02 2012

In totale contraddizione con l’articolo precedente, adesso prenderemo in considerazione coloro che conducono una vita basata su sani principi, tanto da aver addirittura creato una sottocultura che prende il nome di straigth-edge. Abbreviato in sXe, questo stile di vita prevede la totale assenza di tabacco, alcool, droga e sesso occasionale e nei casi estremi anche vegetarianismo e veganismo. Questo movimento, di etica punk-hardcore, è nato agli inizi degli anni 80′ a Washington D.C. e New York, per poi via via diffondersi in tutto il mondo. Il loro segno di riconoscimento, è una grossa X sul dorso della mano , simbolo nato per caso a testimoniare il fatto di non poter consumare bevande alcoliche all’interno dei locali. Più tardi muterà in tre x differenti, per contrastare le tre stelle sulla bandiera dello stato di Washington. Il nome deriva invece da una traccia presente nel primo Ep della band di Ian MacKaye, i Minor Threat.

Durante il college, Ian MacKaye ed il suo compagno di banco Jeff Nelson, dopo aver assistito ad un concerto dei The Cramps, decidono di formare una punk band, i The Slinkees. Assieme a loro ci sono anche George Grindle e Mark Sullivan. I loro idoli sono i Bad Brains, band di culto nella sfera punk hardcore della West Coast, che con il loro stile fatto di tracce brevi ma veloci e violente, ebbero un successo strepitoso tra gli adolescenti dell’epoca. Gli Slinkess suonarono soltanto un concerto, prima che Sullivan lasciò il gruppo per dedicarsi agli studi. Al suo posto, quello dietro al microfono, viene reclutato Nathan Strejcek. Con la nuova formazione, muta anche il nome della band, che diventa The Teen Idles. Nel 1980, dopo alcuni mini-tour ed un paio di insignificanti demo, riescono a coronare il loro sogno, quello di aprire un concerto dei Bad Brains, alla Galleria d’Arte Madam’s Organ. All’epoca, essendo ancora giovani e spregiudicati, i The Teen Idles vollero a tutti costi apparire ribelli, in totale contrasto con la loro etica. Questo solamente per quanto riguarda l’aspetto, fatto di teste rasate, creste mohawk e abbigliamento composto da giubbotti di pelle e varie ferraglie. Dopo un tour con gli Untouchables, decidono di sbarcare sulla costa occidentale degli Stati Uniti, dove ad attenderli c’era un clima ostile. Oltre a degli scazzi con le forze dell’ordine, si videro sbattere le porte dell’Hong Kong Cafe di Los Angeles, dove avrebbero dovuto far da spalla ai Dead Kennedy e i Circles Jerks, per via del fatto che fossero tutti minorenni. Nonostante ciò, per soli 15 $ suonarono la sera successiva, assieme ai The Mentors, facendo rimanere i presenti senza fiato. Al ritorno a Washington D.C., Skip Groff, proprietario del negozio di dischi Yesterday and Today, li convinse a registrare, presso gli studi Inner Ear di Don Zientara, sette tracce che per il momento rimasero archiviate. Alla fine del 1980, il gruppo decise di dividersi per causa dei continui litigi tra Nelson, ateo convinto, e Grindle, da poco fidanzato con una fervente cristiana. Il loro ultimo concerto risale al 6 novembre del 1980, al 9:30 Club, di supporto ai SVT. Fu questo uno dei primi concerti senza limite d’età, e per renderlo tale, MacKaye suggerì il già citato simbolo X sulle mani dei minori, per essere sicuri che non comprassero alcolici. Al momento dello scioglimento, la band aveva messo da parte 700 $ che, invece di essere divisi tra i membri, vennero utilizzati per fondare, assieme a Groff, la Dischord Records, per poter incidere finalmente il loro materiale. E fu così che nel gennaio del 1981 uscì Lp “Minor Disturbance”, che con le sole 1000 copie stampate, riuscì ad ottenere un enorme successo nella scena underground, tanto da poter garantire alla casa discografica di sopravvivere. All’abbandono di Grindle, si aggiunse anche quello di Strejcek. I Minor Threat, questo il loro nuovo nome, presenteranno una formazione del tutto cambiata, ad eccezione di Nelson che siederà sempre dietro ai tamburi. MacKaye passa dal basso alla voce, mentre il suo posto sarà occupato da Lyle Preslar ed alla sei corde si cimenterà Brian Baker. La band ha avuto modo di farsi notare ancor prima dell’uscita di “Minor Disturbance”, suonando nel dicembre del 1980, sempre assieme ad i Bad Brains ed agli S.O.A.. In seguito a due Ep, “Minor Threat” ed “In My Eyes”, intraprendono un tour che li vedrà impegnati in tutta la East Coast ed anche nel Midwest. Si trova proprio nel primo Ep la traccia “Straight Edge”, quella che darà il nome all’intero movimento. Prima della pubblicazione del primo album però, i Minor Threat decidono di prendersi un piccola pausa che i membri decidono di sfruttare in altri progetti. Preslar passa ai Big Black, Ian MacKaye e Nelson, oramai coppia fissa, continuano a suonare nei Grand Union, mentre Baker diventa il chitarrista dei Government Issues. E’ grazie ad H.C., il leader dei Bad Brains, che il gruppo torna in pista. Per prima cosa venne reclutato come chitarrista principale, Steve Hansgen, ed i precedenti due Ep furono inclusi in un album soltanto, “First 7″s On A 12″”. Però ciò non servì a salvare i Minor Threat che, a causa di divergenze artistiche, salutano il palcoscenico con un ultimo live, il 23 settembre 1983. L’ultima canzone eseguita, prima che il palco fu lasciato ad i Big Boys, fu “Salad Days”, scritta da Ian MacKaye, appositamente per l’occasione. Una volta sciolto il gruppo, proprio MacKaye, sempre assieme a Nelson e con alcuni componenti dei The Faith, forma gli Embrace, considerata una delle prime band emo, per poi progettare un trio, i Fugazi, tuttora in attività. Brian Baker, dopo un lungo girovagare, entra in pianta stabile nei Bad Religion. Lyle Preslar, fece parte dei Samhain prima e dei The Meatmen poi, ed infine si mise a collaborare con la Caroline Records, casa discografica che arruolò gente come Peter Gabriel ed i Chemical Brothers. Jeff Nelson invece ne creò una sua di etichetta ed entrò perfino in politica. Infine Hansgen, assieme ad Rich Moore, ex roodie proprio dei Minor Threat, formò i Second Wind, ed aiutò i Tool, famosa compagine prog-metal, alla realizzazione dei loro album. In quest’ultimi anni, la band tornò a far parlare di sé, per alcune grane giudiziarie. Nel 2005, la Nike usò la copertina del loro album, per il poster dello Skate Tour, ma dovette ritirarlo dopo la denuncia di MacKaye, che però perse la causa contro la Fox, che usò le loro canzoni, per le pubblicità del Nfl. Nel 2007, una famosa marca di salse, chiamò un loro nuovo prodotto, Minor Threat, ma stavolta MacKaye approvò l’utilizzo. Nonostante i soli tre anni di attività, tra le tante influenze postume che si possono citare, vale la pena ricordare che band come i NOFX ed i Beastie Boys, hanno da sempre dichiarato il loro amore per il gruppo di Washington D.C.. D’ora in poi fate bene attenzione ad offrire una birra a chi possiede un tatuaggio a forma di X sul dorso della propria mano.

Questa è “Straigth Edge”, live 1982, Minor Threat.

http://www.youtube.com/watch?v=dctcVopIFjI





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25 01 2012

Dopo una lunga sosta, dovuta soprattutto alle festività natalizie, torno, fresco come una rosa, alla guida di questa rubrica musicale che, proprio in questo mese, compie i suoi primi tre anni di vita. Per festeggiarli parleremo di un argomento tanto interessante quanto scomodo: il rapporto tra un artista e le sostanze stupefacenti. E’ risaputo che, per trovare maggior ispirazione, numerosi musicisti hanno spesso utilizzato diverse tipologie di droghe per ottenere risultati eccelsi ma anche delle immense boiate. Ciò detto, è sempre meglio evitare di assumere tali composti, lasciando libero sfogo a quello che si ha davvero dentro, piuttosto che rischiare di esagerare, come nel caso di moltissima gente che c’ha lasciato la pelle. Per non citare i soliti nomi, prenderemo in esame la vita di un personaggio molto eccentrico e carismatico, ricordato come uno dei padrini della funky-music: Rick James.

James Ambrose Johnson Jr, nasce a Buffalo il primo febbraio del 1948, da una modesta famiglia afroamericana. La passione per la musica gli viene trasmessa dallo zio, Temptation Melvin Franklin, cantante di professione. A 15 però, viene reclutato nella Marina Militare, dove rimane per poco tempo, per poi scappare e rifugiarsi in Canada. E’ proprio nel paese a nord delle Americhe, che il Nostro muove i suoi primi passi a livello musicale. Nel 1964 con lo pseudonimo di Big Jimmy, diventa il cantante dei Sailor Boys, successivamente The Birds Mynah. Questo gruppo, oltre ad avere ottenuto un contratto con la Motown, ha annoverato tra i suoi membri personaggi illustri della scena musicale canadese, come Neil Young, Goldy McJohn e Nick St. Nicholas futuri Steppenwolf e Bruce Palmer, in seguito bassista dei Buffalo Springfield. Nonostante i nomi altisonanti, la band non ebbe successo. Rick continuò comunque il suo rapporto con la casa discografica di Detroit ma quando tornò in patria venne arrestato per renitenza. Dopo il suo rilascio, si trasferisce su consiglio proprio della Motown, in Inghilterra, per tentare di rivaleggiare con la wave music anglosassone. La gita oltre oceano dura poco e, dopo alcune collaborazioni come quella con Greg Reeves sfociata nel progetto Salt and Pepper, debutta come solista con l’etichetta Gordy, sempre di proprietà della Motown. E’ il 1978 quando nei negozi esce “Come And Get It” di Rick James, che grazie ai singoli “You and I” e “Mary Jane” arriva in testa alla classifica R&B statunitense. Pubblico e critica rimangono a bocca aperta di fronte a questo inaspettato fenomeno, che oltre ad avere delle doti canore indiscutibili, ostenta sul palco movenze sexy unite ad un abbigliamento insuperabile. Sulla scia del successo, l’anno successivo vengono prodotti altri due album, “Bustin’ Out of L Seven” e “Fire It Up”, accompagnati dai singoli “High on You Love Suite”, “Bustin’ Out”, “Fool One The Street” e “Love Gun”. Poi è il turno di “Garden Of  Love” del 1980, famoso per la canzone “Big Time”, fino ad arrivare al suo Lp di maggior successo, “Street Song” del 1981, dove spiccano capolavori del calibro di “Give It To Me Baby”, “Ghetto Life” e la famosissima “Superfreak”, ripresa nel 1990 dal rapper Mc Hammer, che campionandola e ribattezzandola “U Can’t Touch This”, riuscì nell’impresa di vincere un Grammy   Awards che venne assegnato ad entrambi. Nel 1982 collabora con il gruppo The Temptation alla realizzazione della canzone “Standing on the Top”, che compare anche nel sesto disco del cantate, “Throwin’ Down”, assieme ad altri famosi singoli come “Dance Wiyh Me”, “Hard to Get” e “She Blew My Mind (69 Times)”. E’ datato 1983 l’ultimo lavoro interessante di Rick James, “Cold Blooded”, trascinato dal successo del singolo omonimo. L’anno dopo esce il suo primo greatest hits, “Reflections” e compare nella serie tv A-Team cantando l’ormai tormentone “Superfreak”. Gli ultimi due album prodotti dalla Gordy portono il nome di “Glow” e “The Flag”, ma visto le scarse vendite, entrambi le parti decidono nel 1987 di porre fine al contratto che li legava. Rick James passa così alla Reprise, sotto-etichetta della Warner, incidendo ancora due dischi, “Wonderful” (1988) e “Kickin” (1989), quest’ultimo nemmeno entrato in classifica. Sempre nel 88′ duetta con Roxanne Shantè in “Loosey’s Rap”, singolo che vendette abbastanza ma non da evitargli un lungo periodo di stop, che coincide con gli anni 90′, quando ormai il funky è roba passata. Si rimette in pista nel 1997 quando, grazie all’interessamento della Private I, realizza il suo ultimo album “Urban Rapsody”, ma un ictus lo mette k.o. proprio durante il tour di promozione. Nel 2001 compare nel videoclip “Love You Madly” dei Cake, ma l’abuso di droghe è ormai elevato tanto che cominciano anche i problemi con la giustizia ordinaria. Nel 2002 esce la raccolta “Anthology” composta da due cd set, mentre nel 2003 è ospite fisso per un’intera stagione del Chappelle’s Show, programma comico molto seguito. Nel 2004 aiuta, come già successo nel caso della canzone “I’m Just a Sucker for Your Love” del 1979, Teena Marie, sua ottima amica, alla realizzazione del disco “La Dona”. Stava lavorando alla sua biografia quando, il 6 agosto 2004, venne trovato senza vita nella sua abitazione a Burbank in California. Ad ucciderlo è stato un arresto cardiaco dovuto al’eccessive dosi di droga assunte. L’autopsia ha rivelato nel sangue ben nove diverse sostanze stupefacenti: alprazolam, diazepam, buproprione, citalopram, idrocodone, digoxin, clorfenamina, metanfetamina e cocaina. Praticamente aveva ingerito un’intera farmacia. La notizia passa quasi inosservata nonostante molte star, da Jay-Z a J-Lo, da Mary J Blige a Busta Rhymes, passando da Coolio a Will Smith, hanno sempre dichiarato che Rick James è stato per tutto il mondo R&B, un mentore inimitabile. Nel 2007 uscirà postuma, una raccolta prodotta dalla Stone City, intitolata “Deeper Still”. Concludo riportando una mitica frase di Frank Zappa: La droga non è cattiva. La droga è un composto chimico. Il problema è che, quelli che la prendono, la considerano una licenza per comportarsi da teste di cazzo”.

Questa è “Superfreak”, 1981, Rick James.

http://www.youtube.com/watch?v=QYHxGBH6o4M





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30 11 2011

Nonostante l’eccessivo ritardo, vorrei comunque augurare alla mia adorata patria i miei più sentiti omaggi per i suoi 150 anni di unità. In realtà il suo concepimento è avvenuto molto prima del 17 marzo 1861, giorno in cui Vittorio Emanuele II venne dichiarato Re d’Italia dopo la prima convocazione del parlamento. La storia ha inizio dopo il Congresso di Vienna del 1815, con la nascita del periodo storico chiamato Risorgimento e le successive guerre di indipendenza dall’Austria. Alla fine della seconda di queste battaglie, il Regno di Sardegna vanta già un’estensione notevole che comprende oltre l’omonima isola, anche la Val d’Aosta, il Piemonte, la Lombardia, l’Emilia-Romagna, la Liguria e la Toscana. A completare l’0pera di unificazione ci pensò Giuseppe Garibaldi che parti con la Spedizione dei Mille da Quarto il 5 maggio 1860, arrivando sei giorni dopo a Marsala, cominciando così la risalita della nostra penisola. Avvalendosi del Comitato per l’Unità Nazionale di Napoli, fece cadere i Borboni ed entro la fine dell’anno anche il Regno delle Due Sicilie si unisce tramite un plebiscito. Ad eccezione del Veneto, del Trentino e del Friuli Venezia Giulia ancora in mano agli Austriaci e di Roma, presidiata dalla Stato Vaticano protetto da Napoleone III, lo Statuto Albertino venne esteso a tutte le regioni e la nazione Italia finì per essere riconosciuta anche dagli altri stati europei. Dopo questo rapido riassunto, noto ai più, passiamo ad analizzare l’aspetto musicale della vicenda, ovvero l’Inno di Mameli.

Riconosciuto anche con i nomi di Fratelli d’Italia, Il Canto degli Italiani oppure Inno Nazionale, fu uno dei primi esempi di collaborazione artistica, visto che Goffredo Mameli era di tutto, fuorché un musicista. Nato a Genova il 5 settembre 1827, in quello che era ancora il Regno di Sardegna, fu uno dei più importanti poeti e scrittori patrioti, tanto che le sue imprese sono rimaste nella storia. Nel 1947, dopo la cacciata degli austriaci sul Mincio, sventolò per la prima volta il tricolore, ancora bandito dai Savoia. L’anno successivo combatté al fianco di Nino Bixio durante l’insurrezione di Milano, tanto da meritarsi la nomina di capitano direttamente da Garibaldi. I successivi anni li passò vagabondando in giro per le grandi città italiane come Firenze, Genova e Roma, ed in quest’ultima assistette alla nascita della Repubblica Romana nel febbraio del 1949. L’intervento dei francesi pose fine immediatamente a questo tentativo di conquista di Roma e durante i feroci scontri Mameli fu ferito alla gamba sinistra da una baionetta, tanto che gli venne amputata alcuni giorni dopo per il sopraggiungere della cancrena. Dopo l’intervento, le sue condizioni di salute peggiorano ulteriormente, ed il 6 luglio morì, sempre a Roma, a causa di un’infezione acuta. Non ancora ventiduenne, venne sepolto al Cimitero Verano, per poi essere trasferito nel 1941 al Gianicolo. Quindi Mameli altro non è che l’autore del testo dell’Inno d’Italia, scritto da lui stesso nel 1947 e fatto spedire spedire direttamente a Torino, nel mentre di un’importante cena, ove tra i presenti vi era Michele Novaro, noto musicista genovese. Preso dall’impeto del testo, tornò a casa e passò tutta la notte a cercare le musiche adatte a tale poesia. Non si prese mai il merito di ciò, e condusse una vita umile e semplice prima di morire vecchio, povero e malato, come una rock-star dimenticata. Tornando all’inno, debuttò per la prima volta il 10 dicembre 1947 a Genova ed ebbe fin da subito una rapida divulgazione nonostante fu a lungo bandito, assieme al tricolore, perché prettamente repubblicano. Durante la Spedizione dei Mille e Le Cinque Giornate di Milano fu fortemente cantato dai patrioti in azione e persino Giuseppe Verdi lo consacrò definitivamente quando, nel suo “Inno Alle Nazioni” del 1962, scelse appunto il Canto degli Italiani a discapito della Marcia Reale, ponendolo accanto alla Marsigliese e  a Good Save The Queen. Il musicista emiliano aveva già lavorato al fianco di Mameli, musicando un suo secondo lavoro, “Inno Militare” del 1948. Fu fortemente usato anche durante la Presa di Roma del 1870, quando finalmente anche lo Stato Pontificio si unì al Regno d’Italia grazie al famoso episodio della Breccia di Porta Pia. La prima incisione su disco è datata 1901 da parte della Banda Municipale di Milano che lo registrò su di un 78 giri  per 17 centimetri di diametro per grammofono. Durante gli anni del fascismo, l’Inno di Mameli non ebbe vita facile, sempre in forte competizione con altre opere come Va’ Pensiero, La Canzone del Piave o Giovinezza, ma, finiti gli scontri bellici, il 12 ottobre 1946 il ministro Cipriano Facchinetti cercò invano di annunciare, con un decreto legislativo, la sua autentica veridicità. Nel 2006 anche il Senato provò inutilmente a far passare un decreto legge simile ma tuttora l’inno resta non ufficiale. Composto da cinque strofe ed un solo ritornello, viene sempre eseguita solo la prima delle strofe e perciò credo sia giusto riportarlo qui per intero, seguito dalla struggente interpretazione di Roberto Benigni all’ultimo Festival di San Remo.

http://www.youtube.com/watch?v=TOPdOT3ojnQ&feature=related





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6 11 2011

E’ tutto pronto, o quasi, a Belfast, capitale dell’Irlanda del Nord, perchè tra poche ore, andrà in scena presso l’Odissey Arena, l’evento più atteso dell’anno: gli EMA. Acronimo di Mtv Europe Music Awards, è una manifestazione organizzata dall’emittente stessa, con lo scopo di premiare gli artisti che si sono distinti nel’ultimo anno solare. Esiste dal 1994 in alternativa agli VMA (la versione prettamente americana), e si è svolta ogni volta in località diverse e per ben due occasioni anche in Italia, a Milano nel 1998 ed a Roma nel 2004. L’evento è trasmesso in diretta già da qualche ora prima dell’inizio, quando il famigerato red-carpet, la sfilata d’ordinanza di tutte le star presenti, farà d’antipasto allo spettacolo vero e proprio. La votazione avviene direttamente dal sito internet ufficiale, dove chiunque può esprimere le proprie preferenze nelle tante categorie presenti. Best Male and Female, Best Group, Best Rock, Best Dance (esistito fino al 2003), Best Song, Best New Act, Best Video, Best Live (presente dal 2005), Best R&B, Alternative e Hip-Hop (dal 1997), Best Album e Best Pop (dal 1998) e dall’anno scorso anche Best Push. A parte esistono anche i premi Free Your Mind e Best European Act. Eminem è stato colui che ha vinto più volte (10), Britney Spears ha portato a casa quattro statuette in una sola edizione, quella a Dublino del 1999, mentre Lady Gaga, nella passata edizione, ha stabilito il record di nomination, in totale 7. Marco Mengoni è l’unico italiano ad aver vinto e precisamente nella categoria Best European Act. Assolutamente di grande importanza, è il ruolo del presentatore, carica ricoperta un pò da chiunque. Da Robbie Williams a Ronan Keating, da Jenny McCartney a Cristina Aguilera, da Wyclef Jean a Sacha Baron Cohen, da Justin Timberlake a Snoop Dogg passando per Eva Longoria e Katy Perry oppure la coppia Xzibit-Gellar. Quest’anno l’infausto compito è toccato alla giovane e promettente Selena Gomez, famosa per essere la fidanzata dell’idolo delle teenager, Justin Bieber. Pochi si ricordano invece del primo presentatore degli EMA: Sir Tom Jones.

Thomas John Woodward è nato il 7 giugno del 1940 nel sud del Galles a Pontypridd, città famosa per le numerose miniere, dove anche il padre lavorava per mantenere la famiglia. La sua voce forte e potente, viene già notata in tenera età sia nel coro della chiesa ed anche durante i matrimoni e le feste di paese. La sua adolescenza è segnata da una forte tubercolosi, che lo costringe a restare a letto per due anni e successivamente a lasciare gli studi. Nel 1957, a soli diciassette anni, sposa Melinda, sua fidanzata storica, e da li a un mese diventa padre del piccolo Mark. Per non venire a meno agli obblighi di padre e marito, di giorno lavora come muratore, operaio e venditore porta a porta,  e di notte si esibisce nei locali notturni. Le sue influenze sono tipicamente americane, essendo il Nostro, grande fan di Elvis e Jerry Lee Lewis. Nel 1963 diventa il cantante dei Tommy Scott and The Senators, una band di teddy-boy, moda molto in voga nell’Inghilterra dell’epoca. Nel 1964, durante una loro esibizione, vengono notati da Gordon Mills, che diventa subito il loro manager e li costringe a trasferirsi a Londra, fulcro delle attività artistiche. L’inizio non è un granché, ma la Decca, famosa casa discografica, li offre la possibilità di entrare in studio, dove registrano la cover di Ronnie Lover, “Chills and Fever”, ma il successo tarda ancora ad arrivare. Pensano allora di cambiare nome, dapprima in The Playboys e poi in The Squires, ma infine Mills spinge per usare solo il nome del frontman, Tom Jones (quest’ultimo è in realtà il cognome materno). Nel febbraio del 1965 esce il singolo “It’s Not Unusual” che scale le classifiche mondiali arrivando al primo posto in Inghilterra e al decimo posto in USA, e da li in poi nulla sarà più come prima per Jones e compagni. Sulla scia del successo, incidono subito un album, “Along Came Tom Jones” contenente i singoli “Once Upon a Time”, “Little Lonely One” e “With These Hands” ma saranno le colonne sonore a tributare al cantante la fama che gli spetta. La prima “What’s New Pussycat”, compare nella commedia omonima di Woody Allen, mentre per la saga di James Bond, realizza la canzone “Thunderball”, con la quale vince un Grammy come rivelazione dell’anno 1965. L’anno successivo, con la cover di JerryLee Lewis, “Green Green Grass of Home”, arriva ancora in testa alle classifiche inglesi e si piazza nella top-ten anche negli Stati Uniti. Proprio mentre era in tour negli States, Tom Jones realizza il suo sogno. Negli studi della Paramount, durante le riprese del film “Paradise Hawaiian Style”, incontra Elvis Prisley, e tra i due nasce subito un amicizia che durò fino alla morte di quest’ultimo, avvenuta nel 1977. Di ritorno a Londra, ottiene un ingaggio per cantare quasi tutte le sere, nel famoso club Talk of the Town, dove a tempo di testare i suoi nuovi singoli: “Delilah”, “Detroit City”, “I’ll Never Fall in Love Again”, “Help Yourself”, “Love Me Tonigth” e “Without Love”. Nel 1967 trova fissa dimora a Las Vegas, dove debutta nei più prestigiosi teatri come il Flaminio, il Cesar Palace e l’MGM. Nel 1969 la popolarità di Tom Jones cresce a dismisura, tanto che per tre anni conduce un programma televisivo tutto suo, “This Is Tom Jones”, andando in onda in America ed Inghilterra, vantando ospiti illustri come Janis Joplin, Joe Cocker, Paul Anka, Steve Wonder, Ray Charles, Aretha Franklin, Ella Friztgerald ed i Bee Gees. Nel 1970 si trasferisce, per problemi col fisco, finalmente in America, acquistando a Bel Air, la villa che era di proprietà di Dean Martin, e decide di rilassarsi per un lungo periodo, ad eccezione di qualche singolo come “Daugther of Darkness”, “She’s a Lady”, “Till” e “The New Mexican Puppetter”. Nel 1986, dopo una lunga lotta contro il cancro, muore Gordon Mills, ed il ruolo di manager passa nelle mani del figlio Mark. Tom Jones invece di abbattersi, reagisce subito al duro colpo, prima collaborando nel 1987 alla colonna sonora del film “Matador” con la canzone “A Boy From Nowhere”, seconda in Uk, e poi realizzando con il collettivo The Art of Noise, la cover di Prince “Kiss”. Nel 1989 gli viene dedicata una stella sulla Walk of Fame, l’unica ad essere interamente pagata dai fan, mentre nel 1991 realizza un album con Van Morrison, famoso musicista proprio di Belfast, dal titolo “Carrying a Torch”. L’anno dopo torna in tv, conducendo sei puntate dello show “Tom Jones: The Rigth Time” ed appare in una puntata dei Simpson. Nel 1993, si esibisce davanti a 75 mila persone estasiate, al Glastonbury Festival, concerto che segna la fine di un lungo tour al seguito dell’album “The Lead and How to Swing It”. Nel 1996 recita se stesso nella pellicola “Mars Attacks” e nel 1997 realizza  il singolo “You Can Leave Your Hat On”, famoso per essere stato usato nel film “Full Monty”. Nel 1998, dopo l’esperienza degli Ema, conduce assieme a Robbie Williams anche i British Awards. Prima della fine del millenio, Tom Jones riesce a incidere un album, “Reload”, ricco di collaborazioni e singoli molto apprezzzati da pubblico e critica come la cover dei Talking Heads “Burning Down The House” cantata assieme a Cardigans, “Mama Told Me Not To Come” con gli Stereophonics e la famosa “Sex Bomb” con Mousse T.. Direttamente dalla regina Elisabetta, viene nominato Ufficiale dell’Impero Britannico. Appare ancora al cinema, recitando sempre se stesso, nella pellicola “La Storia di Agnes Browne”. Per le celebrazioni del nuovo millenio, Bill Clinton, presidente degli Stati Uniti d’America, lo chiama a cantare durante i festeggiamenti a Washington. Fa in tempo giusto a tornare in Inghilterra per ritirare il Britsh Awards come migliore cantate e partire per un tour mondiale, che lo vede partecipare anche al Pavarotti and Friends, duettando con il Maestro sulle note di “Delilah”. Sting, celebre cantante e bassista dei The Police, scrive per lui il testo della canzone “Perfect World”, inserita nel cartone animato Disney “Le Follie dell’Imperatore”. Nel 2002, assieme a Wyclef Jean, ex componente dei Fugess, incide un album omonimo, molto gradito anche nella sfera alternativa, grazie anche al singolo di punta “Black Betty”. L’anno dopo è ancora la volta di una colonna sonora, ma in questo caso per un personaggio Lonney Toones, Duffy Duck. Sempre nel 2003 esce nei negozi l’unica antologia del gallese, “The Definitive Tom Jones 64/02″, un cofanetto di ben 4 cd con inediti e rarità. L’anno successivo è la volta dell’ambizioso progetto realizzato assieme al pianista Jools Holland, sfociato in un disco omonimo. Per festeggiare i propri 65 anni in concomitanza con i 40 di carriera, nel 2005 Tom Jones torna nella sua Pontypridd e davanti a 25 mila persone regala un concerto di rara intensità. A dicembre dello stesso anno viene nominato cavaliere, avvalendosi così del titolo di Sir. Un altro live al quale partecipa è quello in onore a Lady D del primo luglio 2007, dove in uno stadio Wembley gremito, esegue una cover degli Artic Monkeys “I Bet You Look Good On The Dancefloor”, assieme a Joss Stone ed al chitarrista degli Aerosmith, Joe Perry. Gli ultimi due album realizzati da Tom Jones risalgono al 2008 e 2010, e si chiamano rispettivamente “24 Hours” e “Praise and Blame”, atti conclusivi di una lunghissima carriera che vanta più di 100 milioni di dischi venduti. Ora non ci resta che aspettare il countdown con birra e popcorn a volontà e goderci lo spettacolo sperando che non mandino in onda le stesse pubblicità per due ore di fila.

Questa è “Delilah”, 1977, Sir Tom Jones.

http://www.youtube.com/watch?v=sI5LWwC-cE8





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30 09 2011

Mi sembra ieri, eppure sono passati ormai dieci anni da quel giorno diventato tragicamente storico. L’11 settembre è stato ricordato, come temevo, proprio da tutti i media, attraverso documentari e speciali, a volte ripetitivi e noiosi. Da quel momento tutto è cambiato intorno ai noi, a partire dalle persone, che già insicure, si sono trovate a fare i conti con paure e pregiudizi, che hanno irrimediabilmente minato il nuovo millennio. Per fortuna una città come New York, non ha impiegato molto a rialzarsi dopo un simile attacco terroristico. Ad aiutarla ci ha pensato la movida, che da sempre anima la Grande Mela. Riuscire a non divertirsi in questa metropoli, penso sia un’impresa pressoché impossibile, dato che per 365 giorni all’anno l’animazione al suo interno non si ferma mai. Si può assistere a tutto ciò che si vuole: dai fantastici musical di Broadway, passando dai molteplici concerti del Madison Square Garden piuttosto che presso il Radio City Musical Hall senza dimenticare le strade piene zeppe di artisti e locali di tutte le tipologie. Un altro luogo dove è possibile ascoltare dell’ottima musica è Central Park, un oasi in piena Manhattan, che dal 1857 offre un po di relax ai cittadini. Sull’enorme palco denominato Summer Stage, si è esibito il gotha della musica mondiale. Il primo concerto è stato quello di Barbra Streisand del 1967, seguito da quello delle The Supremes del 70′, poi Carol King 73′, Bob Marley and The Wailers 75′, Elton John 80′, la reunion di Simon and Garfunkel del 81′, Diana Ross 83′ e poi via via tutti gli altri come Celia Cruz, George Clinton, Bon Jovi e recentemente anche il nostro Andrea Bocelli. Dal 1992 fino ad oggi, durante il week-end si esibisce con la sua chitarra, il cantautore David Ippolito, soprannominato “The Guitar Man From Central Park”. Il concerto dell’artista che prenderemo oggi in considerazione, risale al 6 settembre 1987 ed oltre a lui sul palco, a completare il quintetto, c’erano Pablo Ziegler al piano, Fernando Suarez Paz al violino, Horacio Malvicino alla chitarra, Hector Console al basso ed ovviamente, Astor Piazzolla al bandoneon.

Astor Pantaleon Piazzolla nasce a Mar de Plata, in Argentina, l’11 marzo 1921, figlio unico di una famiglia di origine italiana. Trascorre la sua infanzia proprio a New York, dove i genitori si trasferiscona dal 1924 fino al 1937. A soli nove anni comincia a prendere lezioni di bandoneon dal maestro Bela Wilda, a sua volta allievo di Sergej Rachmaninov. Non appena quattordicenne, il re del tango Carlos Gardel, lo invita a scrivere alcuni temi per il suo film, “El Dia Que Me Quieras”. Quando ritorna nel paese natio, comincia a lavorare come bandoneista ed arrangiatore per l’orchestra di Anibal Troilo e nel frattempo studia composizione con il maestro Alberto Ginastera. Nel 1946 dirige la sua prima orchestra, componendo opere da camera e da grande orchestra ma nel 1950 lascia l’incarico per dedicarsi interamente alla composizione. I frutti si vedono subito ed in quattro anni riceve tre premi: nel 52′ riceve il primo premio dell’Empire Tractor Co. USA con il tema “Rapsodia Portena”, poi è il turno di “Buenos Aires” che stravince al Concorso Fabien Sevitzky nel 53′ ed infine ottiene pure il premio Menzione dei Critici Musicali di Buenos Aires nel 54′ con “Sinfonietta”. Mentre nel 1955 prende lezioni di direzione d’orchestra alla corte di Herman Sherchen, il Governo Francese gli offre una borsa di studio presso Nadia Boulanger che il Nostro accetta senza pensarci. Al ritorno dalla Francia, forma due gruppi: El Octeto de Buenos Aires e La Orquestra de Cuerdas. Con questi due progetti Astor Piazzolla comincia a stravolgere il tango argentino, musica che fino ad allora era considerata unicamente da ballo ma che con il maestro sdogana fino ad arrivare ad essere musica d’ascolto. Con questa sua coraggiosa decisione si tirò addosso tutte le critiche dei puristi del tango, che con grande ostracismo di tv, radio e case discografiche, non ne permisero la divulgazione. Perciò esiliò di nuovo a New York nel 1958  dove trovò impiego come arrangiatore per due anni prima di tornare e riaffrontare, stavolta con successo, il pubblico argentino. Con il quintetto che forma al suo rientro, ottiene un ottimo successo, pubblicando dischi e andando in tournée in tutto il Sud America. Nel 1963 ottiene il premio Hirsh per la composizione di “Tres Movimentos Sinfonicos” diretto da Klecki, nel 1967 scrive con il poeta Horacio Ferrer l’opera “Maria de Buenos Aires” e nei successivi tre anni compone numerose opere: “Tanzango” per il maestro Pedro Ignazio Caldenon, “Tango Seis” per Melos Esemble e “Milonga en RE” per il violinista Salvatore Accardo. Sempre con il maestro Ferrer introduce una nuova forma espressiva: il tango-canzone. Nel 1969 con “Ballada Para Un Loco” ottiene un successo di vendite mondiale che lo consacra definitivamente nell’olimpo del tango. Nel 1970 ritorna per soli cinque mesi a Parigi dove ha il tempo comporre “El Pueblo Joven”. Quando torna in Argentina forma nel 1971 il gruppo Conjunto Nueve, con il quale viene scritturato per due anni dalla più importante casa discrografica argentina che gli permette di girare in lungo e in largo tutte le due Americhe. Nel 1972 è ospite di Aldo Pagani, al Festival Internazionale di Onda Nueva a Caracas, dove l’editore italiano riesce a strappargli un contratto, portandolo pure nel nostro paese. In due occasioni presenta a Roma, al’Istituto ItaloLatinoAmericano, l’opera “Noneto”, per poi essere ospitato negli studi Rai, durante la trasmissione Teatro 10, condotta da Alberto Lupo. Tra gli ospiti della serata anche Mina che, estasiata dallo suo spettacolo, chiede a Piazzolla di registrare con lei, “Balada Para Mi Muerte”. Avrebbe dovuto anche collaborare alla colonna sonora del film di Bernardo Bertolucci, “Ultimo Tango a Parigi”, se non fosse per la proposta di eseguire due concerti nell’amata buenos Aires. Il primo è fissato per il 17 agosto al Teatro Colon, mentre l’altro al Teatro Coliseo, dove esegue “Concerto de Nacar”, opera per nove solisti, suonata assieme al’Esemble Musical de Buenos Aires. Nel 1974, la giuria del Premio Critica discografica italiana, gli assegna all’unanimità, il primo premio assoluto per il miglior album di musica strumentale. Negli ultimi anni della sua vita, preferì esibirsi accompagnato da intere orchestre o con la forma originale di quintetto, suonando solamente le sue opere, estimabili in più di 600 tracce, tutte registrate in una cinquantina di Lp. Le sue ultime fatiche, le ha incise con Lalo Schifrin e la St Luke Orchestra, “Aconcagua” e “Tres Tangos”, con l’Orchestra Filarmonica di Caracas, “Suite Punta dell’Este” e con Kronos Quartet, “Five Tango Sensation”, quest’ultima ha ottenuto un enorme successo negli Stati Uniti d’America. Oltre ad aver scritto musiche per rassegne teatrali e balletti, ha anche realizzato qualche colonna sonora come ad esempio per il film di Mario Bellocchio “Enrico IV”, di Francesco Rosi “Cadaveri Eccellenti”, con Fernando Solanas “SUR” e “El Exilio De Gardel” e con Terry Gillian “Twelve Monkeys” e lavorato con i migliori attori francesi da Alain Deloin a Jeanne Moreau passando da Jean-Luis Trintignan. La morte lo colpirà a Buenos Aires il 4 luglio 1992. L’anno successivo, con il brano “Oblivion” riceve una nomination ai Grammy Awards di Los Angeles, nella categoria Best Instumental Composition, ma solo nel 1998 riesce a vincerlo, ad Hollywood con la sua canzone più nota, “Libertango”. Nel 2000 Gabriele Salvatores presenta al Festival di Venezia, il film “Denti”, con la colonna sonora di Astor Piazzolla, “El Penultimo”. Tra le altre cose l’undici settembre è finito anche il Palio di Beata Giuliana, con il gran finale di fuochi d’artificio. Che poco tatto!.

Questa è una perla degli archivi Rai del 1972, Astor Piazzolla.

http://www.youtube.com/watch?v=reerrtJ6DOQ





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31 08 2011

Esiste un ristrettissimo circolo di artisti dove, per essere ammessi è richiesto solamente un requisito: morire a soli 27 anni. Conosciuto come il Club 27, da poco tempo può vantarsi di un nuovo ed illustre ingresso. Infatti nel pomeriggio del 23 luglio scorso, il corpo di Amy Winehouse è stato trovato senza vita all’interno della sua casa, al 30 di Camden Square a Londra. A causarne il decesso è stato forse un cocktail di droghe ed alcol, sostanze dalle quali era fortemente dipendente. Quello della talentuosa cantante britannica è solo l’ultimo nome di una lista, troppo lunga per essere riportata per intero, pertanto mi limito ad elencare i casi più celebri e singolari. I membri per così dire onorari sono quattro, ed hanno come particolarità che il loro nome, o perlomeno cognome, inizia con la J. Il primo, Brian Jones, chitarrista fondatore dei The Rolling Stones, è stato trovato morto annegato nella sua piscina nel 1969, dopo di lui nel 1970, è il turno di Jimi Hendrix e Janis Joplin, per il primo un mix letale di barbiturici mentre per la cantante un overdose di eroina. Jim Morrison li raggiungerà l’anno successivo, quando un arresto cardiaco lo colpisce durante una nottataccia parigina. Lo ha preceduto di un solo anno, Alan Wilson, leader dei Canned Heat, stroncato anch’esso da overdose di ero, ma per il fatto di non avere in comune con gli altri la J, non venne mai incluso nella lista classica. Il decennio dei settanta, dato l’alto uso e consumo di droga ed alcol, ha mietuto altre tre vittime: Ron “Pigpen” McKernan, batterista dei Grateful Dead, muore a causa di una emorragia gastrointestinale dovuta all’alcol, nel 1973, mentre, Dave Alexander e Gary Thain, rispettivamente bassisti degli The Stooges e degli Uriah Heep, lasciano la vita terrena nel 1975, il primo per polmonite, il secondo per overdose sempre di eroina. A causa della potente droga, è deceduto nel 1994, anche Kristen Pfaff, bassista delle Hole, ma lo stesso anno fa più scalpore il suicidio del leader dei Nirvana, Kurt Cobain, tra l’altro suo amico. Singolare invece la sparizione, avvenuta l’anno dopo, di Richard Janes Edwards, chitarrista dei Manic Street Preachers, che mai ritrovato, è stato dato per morto. Concludiamo con l’unico attore presente, Jonathan Brandis, che nel 2003 ha deciso di porre fine alla sua esistenza impiccandosi. Ma quello che non tutti sanno è che esiste un padre per tutte queste anime e corrisponde al leggendario nome di Robert Johnson.

Robert Leroy Johnson, nasce ad Hazlehurst l’8 maggio del 1911, frutto di una relazione extra-coniugale della madre Julia Dodds, con Noah Johnson. Il suo primo maestro non è altro che il fratello maggiore, che gli insegna prima a suonare l’armonica a bocca, per poi passare alla chitarra, strumento che porterà Robert ad essere considerato uno dei principali elementi di spicco del Delta Blues, stile musicale nato attorno al Mississipi a cavallo dei due secoli scorsi, influenzando tutti i musicisti che gli succederanno. Nel 1929, a soli diciott’anni sposa a Menphis, Virginia Travis, che di anni invece ne ha sedici, ed insieme si trasferiscono a Robinsonville. Purtroppo il matrimonio non dura, perchè la giovane moglie muore per complicazioni durante il primo parto. Johnson rimane fortemente sconvolto dall’accaduto, diventando in breve tempo un forte bevitore ed un’abile playboy, pratiche che lo misero spesso nei guai. Nel 1931 a Copiah County, convoglia a nozze per la seconda volta, con Calletta Craft, ma l’unione sarà brevissima, visto le sue ormai consuete abitudini. Data la sua breve vita e l’epoca priva di strumenti in grado di stabilire con certezza come stanno davvero le cose, le poche testimonianze sono al limite dell’assurdo. Alcuni ammisero che Robert Johnson fosse incapace di suonare la chitarra ma, dopo essere sparito inseguito alla morte della prima moglie, tornò sulla scena abile come nessun altro. Tecnica chitarristica forgiata di un eccezionale finger-picking ed una voce intensa condita da testi macabri il più delle volte improvvisati, fecero pensare che avesse stretto un patto col Diavolo in persona che, in cambio della sua anima, gli diede il talento. Altri invece, accostarono la figura del demone, a quella di Ike Zinneman, musicista blues noto per i vestiti sempre neri e l’attitudine di suonare nei cimiteri, spesso visto in compagnia del Nostro. Il materiale audio che abbiamo ai giorni nostri lo dobbiamo a H.C. Speirs, un negoziante di dischi di Jackson, che scoprì Johnson e lo portò da Ernie Oertle, noto talent-scout. Quest’ultimo gli organizzò 5 sedute di registrazione dal novembre del 36′ al giugno 37′, prima in un albergo di San Antonio e poi a Dallas, per un totale di 29 tracce che costituiscono la sua completa discografia. A queste canzoni, tutte incise su 78′ giri, sono state poi aggiunte altre 13 alternate takes, ossia scarti delle precedenti. Esperti asseriscono che le registrazioni sono state velocizzate del 20%, tesi che si è consolidata nel tempo. Agli inizi del 1938, Robert Johnson assieme a Sonny Boy Williamson II ed a David Honey Boy Edwards, ottennero un ingaggio presso un locale di Greenwood, il Three Forks. Fin da subito il chitarrista aveva catturato il fascino della moglie del proprietario che, consapevole di tutto, attendeva il momento propizio per vendicarsi. Il 13 agosto, come ogni sabato, il gruppo si reca al locale, dove fin da subito incominciarono a divertirsi, suonando e bevendo come matti. Approfittando dell’ubriachezza di Johnson, i barman continuarono a passargli bottiglie di whisky aperte. Invano Sonny Boy cercò di evitare che l’amico bevesse tali bottiglie, ma tutto fu inutile. Poco dopo la mezzanotte Robert Johnson non era più in grado di suonare e cadde in uno stato confusionale. Dovettero accompagnarlo a casa dove cominciò a delirare ed a dare i primi sintomi di avvelenamento. Morì dopo due giorni di agonia anche se, il certificato di morte sul quale è riportata come data quella del 16 agosto 1938 e come luogo Greenwood, non specifica la causa, creando il solito mistero. Poteva un personaggio del suo calibro avere una sola tomba? Di certo no, infatti sono state erette ben tre lapidi, tutte nei pressi della cittadina del Mississipi. La prima, presumibilmente quella ufficiale, si trova nel cimitero della chiesa missionaria di Morgan City e di recente, nel 1990, la Columbia Recods ha fatto costruire un obelisco commemorativo. La seconda invece, è a Quito e sulla lapide è stato inciso un epitaffio che recita la frase “Resting in The Blues”. L’ultima si trova sotto un albero nel cimitero di Little Zion Church. Dopo la sua morte, sono stati realizzati ben tre film, altrettanti romanzi e due documentari ed inoltre è stato uno dei primi personaggi ad essere inserito nella Rock&Roll Hall of Fame, il 26 gennaio del 1986. Ho trovato molte difficoltà a realizzare questo articolo perchè. oltre all’eccessivo caldo, ho dovuto scrivere con una sola mano, l’altra era impegnata altrove dato che anche io di anni ne ho 27.

Questa è “Sweet Home Chicago”, 1938, Robert Johnson.

http://www.youtube.com/watch?v=O8hqGu-leFc





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2 08 2011

Secondo il calendario islamico, siamo nell’anno 1432, e quindi, dal primo agosto è ufficialmente iniziato il Ramadam, che tradotto significa “mese caldo”. E’ in effetti durante un mese estivo, che secondo il libro sacro del Corano, il profeta Maometto ricevette tale rivelazione dall’Arcangelo Gabriele. Durante questo periodo, trenta giorni che variano a seconda del calendario lunare, ogni mussulmano deve osservare un rigido digiuno, perciò, dal tramonto all’alba è rigorosamente vietato mangiare, bere, fumare, fare sesso ed addirittura sclerare. Qualora qualcuno venisse a meno di questi criteri, mancherebbe di empietà massima verso uno dei cinque pilastri sui quali si basa l’Islam, e tale mancanza è a volte sanzionata penalmente. Chi non potrà adempiere a questa legge, perchè malato, in viaggio o per qualche altro motivo di indisposizione, potrà essere considerato esente, a patto che recuperi poi i giorni persi. Questa osservanza ha il solo scopo di purificare il corpo e la mente da tutto il male che il mondo materiale e consumista ci propina. Al calar del sole, il digiuno si interrompe e come rito si deve mangiare un dattero, o al meno bere un bicchier d’acqua. Al termine dei trenta giorni si dà luogo ad una festa chiamata “di interruzione” o “festa piccola”. Non mi sono ancora informato, quindi non so se è addirittura vietato dedicarsi all’arte della musica durante il Ramadam, altrimenti artisti come Cat Stevens sarebbero fregati.

Steven Demetre Georgiou, è nato il 21 luglio 1948, a Marylebone, quartiere londinese, da padre greco-cipriota e madre svedese. Da queste due differenti culture, apprende già in giovane età, tutti i possibili segreti. A Soho, altro quartiere della capitale inglese, il padre gestisce un ristorante greco, dove la sera si esibiscono gruppi di sola musica ellenica, fondamentali per il suo accrescimento musicale, mentre durante una lunga permanenza nel paese natio della madre, impara, dal fratello di lei, l’arte della pittura, grazie alla quale realizzerà in seguito, tutte le cover dei suoi album. Il proprio nome d’arte, gli viene dato da un’amica, che gli suggerisce di chiamarsi Cat Stevens, notando la somiglianza del suo sguardo, con quello del famigerato felino. Esordisce sulla scena musicale durante gli anni floridi della Swinging London, con due album abbastanza discreti, quali “Matthew and Son” e “New Master”, dai quali pubblica solamente un singolo, “I Love My Dog”. Successivamente, si ammala gravemente di tubercolosi, e per curarsi si trasferisce in un sanatorio a Midhurst, in aperta campagna. Una volta rinsanato, Cat Stevens appare al pubblico totalmente cambiato. Il suo look è composto da lunghi capelli ed una folta barba, ed il suo stile musicale è ora ben definito. Accompagnato dalla sola chitarra acustica, affina una delicata tecnica, abbellita dalla voce calda e da testi mistici. In due anni, dal 1970 al 1971, incide tre album: “Mona Bone Jakon”, “Tea For The Tillerman” e “Teaser and The Firecat”, dai quali vengono estratti i brani entrati a far parte del suo classico repertorio: “Lady D’Arbanville”, “Wild Word”, “Father and Son”, “Morning Has Broken”, “Moonshadow” e “Peace Train”. Alcune tracce degli Lp, vedono la preziosa collaborazione di musicisti del calibro di Peter Gabriel e Ricky Wakeman. Nel frattempo si concede il lusso di partecipare con due canzoni, “Don’t Be Shy” e “If You Want To Sing Out, Sing Out”, alla colonna sonora del film “Harold e Maude”. I successivi album: “Catch Bull At Four”, “Foreigner”, “Buddha and the Chocolate Boy” e “Numbers”, vedono il progressivo allontanamento dallo stile acustico, al quale il cantante preferisce sonorità elettroniche, conseguenza dell’apporto di Jean Roussell alle tastiere. Ciò non toglie che “Sitting”, “The Hurt” e “Oh Very Young”, sono comunque delle ottime traccie. A metà degli anni settanta, Cat Stevens ha ormai consolidato un successo mondiale, con all’attivo 40 milioni di dischi venduti ed un lungo tour che arriva per la prima ed unica volta anche in Italia, precisamente a Roma nell’estate del 1974. Nel 1976, per problemi con il fisco, si trasferisce in Brasile, dove suo fratello di ritorno da un viaggio a Gerusalemme, gli regala una copia del Corano. L’anno successivo, dopo essersi miracolosamente salvato dalle impetuose acque di Malibu, decide di convertirsi all’Islam, adottando l’originale nome di Yusuf Islam. Incide ancora due album, “Isitzo” e “Back to Earth”, primi di ritirarsi per dedicarsi alla vita spirituale. Di ritorno a Londra, fonda la Islamia Primary School e per ben dieci anni non si hanno più notizie di lui. Si rivede nel 1989, quando appoggia la fatwa, ossia l’opposizione e contestazione, lanciata dal mondo mussulmano, nei confronti di Salman Rushdie, reo di aver scritto “I Versi Satanici”, romanzo a dir poco blasfemo, che deride la figura del profeta Maometto. Durante gli anni 90′, fonda ben due associazioni benefiche allo scopo di aiutare le persone che soffrono di carestia nel continente africano: Muslim Aid e Small Kindness. Nel 2003 finalmente si rivede su un palco, a Johannesburg, in occasione di un concerto benefico in onore di Nelson Mandela, duettando sempre con Peter Gabriel e regalando al pubblico un esaltante duetto, sulla base di “Father and Son”, assieme a Ronan Keating. Nel 2004, mentre era in viaggio per gli Stati Uniti, l’aereo sul quale volava, venne dirottato in quanto Cat Stevens era tra la lista delle persone indesiderate nel paese americano dopo l’attentato alle Twin Tower. A suo favore si mosse anche il ministro degli esteri inglese Jack Straw e così dopo alcuni giorni il cantante potè finalmente arrivare a destinazione. Ironia della sorte, aveva da poco donato le royalites del suo Box Set del 2001, alle vittime dell’attentato del 11 settembre. Le ultime uscite sul mercato risalgono al 2006, quando uscì l’album “An Other Cup” ed il Dvd Live “Yusuf’s Cafè Session”, e al 2009, con l’ultima fatica “Road Singer”. Ha da poco annunciato un tour mondiale e attualmente osserva il Ramadam dalla sua casa di Londra, dove vive assieme alla moglie e ai suoi 5 figli. Per fortuna quest’anno il digiuno avviene in un mese dove la maggior parte dei mussulmani sono in ferie e quindi possono gestire al meglio le loro forze, senza rischiare, come spesso è accaduto, gravi incidenti sul lavoro.

Questa è “Lady d’Arbanville”, versione live del 1976, Cat Stevens.

http://www.youtube.com/watch?v=9ik1pxav-CM





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12 07 2011

Come tutti voi sapete, la notte tra il 25 ed il 26 gennaio scorso, nel cimitero di Dagnente, piccolo comune nei pressi di Arona, è stata trafugata la salma del noto presentatore televisivo Mike Bongiorno, morto d’infarto quattro mesi prima, l’otto settembre 2010. La notizia è balzata subito su tutte le pagine dei giornali, creando un alone di mistero, che resta ancora irrisolto. Tante le ipotesi e le strade battute, dal riscatto piuttosto che lo smarrimento del vero testamento, fino alla macabra necrofilia, ma nessuna di queste ha riportato indietro la bara del buon vecchio Mike. Sono stati persino arrestati due tizi, ma altro non erano che truffatori da quattro soldi, intenti a derubare la ricca famiglia. Analogamente, è fin da subito saltata alla memoria, un altro trafugamento illustre, quello del banchiere Enrico Cuccia, fatto accaduto dieci anni prima, ma nella località di Meina, sempre vicinissima ad Arona. Quello di profanare tombe, non è di certo il lavoro più gradevole, ma comunque esercitato da molti. Tra i personaggi famosi che sono incappati in questo lugubre “scherzo”, vale la pena ricordare il rapimento della salma di Charlie Chaplin, avvenuto nel 1978, con un riscatto pari a 600 franchi svizzeri, per fortuna della moglie il caso venne risolto senza il versamento di tale somma. Singolare invece, il trafugamento delle mani di Juan Domingo Peron, per le quali i rapitori chiesero la bellezza di 8 milioni di dollari. Resta tuttora un caso irrisolto, ma un’indagine ha persino trovato un collegamento con Licio Gelli e la P2. Il Cimitero si Santa Maria del Pianto di Napoli, è stato il teatro di ben due profanazioni nell’arco di pochi giorni. Prima è stata danneggiata la tomba del famoso tenore Enrico Caruso ed infine è stato saccheggiato lo stemma di famiglia, che capeggiava all’ingresso della cappella dove riposava il corpo del Principe Antonio de Curtis, in arte Totò. Dal 1998 si cerca ancora la lapide sparita dal cimitero di Macclesfield. Sopra di essa era incisa la frase “Love Will Tear Us Apart”, ed apparteneva, come avrete di certo capito, ad Ian Curtis.

Ian Kevin Curtis, nasce a Manchester, il 15 luglio 1956, ed è ricordato ai più per essere stato il cantante della band Joy Division fin dalla loro formazione, avvenuta nel 1977. Amante delle opere decadenti dei poeti romantici dell’ottocento, si è ispirato a colleghi quali Jim Morrison, David Bowie ed i Sex Pistols, per affinare il suo stile ineguagliabile. Soffrirà per tutta la sua esistenza, di epilessia fotosensibile, malattia che lo affligge tanto da farlo cadere spesso in stati depressivi. Il 23 agosto 1975, non ancora diciannovenne, sposa Deborah “Debbie” Woodruff, sua coetanea. Dalla relazione, conclusasi nel 1980 a causa di un suo tradimento con la giornalista belga Annik Honoreè, nasce nel 1979, la loro unica figlia Nathalie. Purtroppo non conoscerà mai il padre, dato che il suo corpo è stato trovato, il 18 marzo 1980, appeso ad una rastrelliera della sua cucina al 77 di Barton Street di Macclesfiel. Secondo il film biografico “Control” di Anton Corbijn, presentato al Festival di Cannes del 2007, prima di suicidarsi vide il film “La Ballata di Stroszek” di Werner Herzog ed ascoltò tutto Lp “The Idiot” di Iggy Pop. Il 20 ottobre dello stesso anno, uscirà il primo album di una band irlandese, contenente la canzone “A Day Without Me”, completamente dedicata al giovane cantante. L’album si intitola “Boy” ed è degli U2. Ian Curtis aveva solo 23 quando morì, eppure i Joy Divion erano in procito di effettuare un lungo tour americano. Creatasi a Salford, nella Contea di Greater Manchester nel 1977, la band, etichettata come post-punk, è composta, oltre che dal già citato cantante, anche da Bernard Sumner “Albrecht”, chitarra e tastiere, Stephen Morris, batteria, e Peter Hook al basso. Inizialmente il loro nome era Stiff Kittens, poi cambiato in Warsaw, derivante dalla canzone “Warszawa”, contenuta nell’album “Low” di David Bowie, fino ad arrivare al nome con il quale raggiunsero il meritato successo. Esso deriva dagli edifici nei quali le SS stupravano le donne ebree nei campi di concentramento, come testimonia il libro di Ka-Tzetnik 135633 “The House of the Dolls” del 1955. Una loro canzone, “No Love Lost”, tratta per l’appunto questo argomento. Dopo la pubblicazione del Ep “An Ideal For Living”, diventano il gruppo di punta dell’etichetta indipendente Factory Records, comandata da Tony Wilson. La loro musica è caratterizzata da una ritmica dove la batteria ed il basso prevalgono sulla chitarra, con insoliti tempi dispari, ripresi successivamente dal movimento dark anni 90, il tutto condito da liriche cupe ed un’opprimente e lugubre atmosfera che non dava nessuna via d’uscita se non la morte, tema principale di alcune loro canzoni, come “New Dawn Fades”, “Something Must Break”, ”Disorder”, “Insight” e “Passover”. Dal vivo lo spettacolo si avvaleva della carismatica presenza scenica di Ian Curtis, che per colpa della famigerata epilessia, degenerava in movenze al limite della schizzofrenia. Solo due gli album realizzati, “Unknow Pleasure” e “Closer”, entambi prodotti da Martin Hannet. Nel 1980, dopo la morte del cantante, la band cambia nome in New Order, come di comune accordo tra i membri, nel caso in cui anche solo un elemento sarebbe venuto a mancare. La line-up rimane pressoché invariata, a parte l’immissione di Philips Cunningham e Gillian Gilbert, entrambi tastieristi in alcuni album, mentre la voce, elemento non proprio principale, è affidata a Sumner. Vincente è la scelta di non proseguire il percorso tracciato da Curtis, per il pericolo di vivere col suo fantasma, ma, grazie all’ingresso nella scena dei club newyorkesi, di varare nuove sonorita più vicine alla dance, sotto l’acuta visione del mago dell’elettronica targata USA., Arthur Baker. Dal 1980 al 2005 realizzano 9 album. Quelli degni di nota sono “Power, Corruption e Lies”  del 1893, contenente la loro maggiore hit “Blue Monday”, che detiene tuttora il record di vinile 12″ pollici più venduto di sempre, il successivo “Low Life”, del 1985, con il singolo “Perfect Kiss”, “Substance” del 1987, realizzato con Stephen Hague e “Technique”, del 1988, frutto di una vacanza acida in quel di Ibiza. L’ultimo loro singolo è stato “Crystals”, incluso nel album “Get Ready” del 2001. L’anno dopo esce nelle sale cinematografiche il film “24 Hours Party People”, di Michael Winter Bottom, che tratta l’intera ascesa della Factory Records, dai Joy Division ai New Order. Il 20 giugno 2007, quest’ultimi si sciolgono definitivamente: Sumner e Cunningham formano i Bad Lieutenant, mentre Peter Hook crea i Freebass. Insomma, non si sta mai tranquilli da vivi, figuriamoci da morti.

Questa è “Love Will Tear Us Apart”, 1980, Joy Division.

http://www.youtube.com/watch?v=qHYOXyy1ToI





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14 06 2011

Lo scorso aprile, al Forum d’Assago in provincia di Milano, è andato in scena uno degli spettacoli più elettrizzanti dell’intero panorama musicale. Roger Waters, storico leader dei Pink Floyd, per festeggiare il trentennale dalla sua uscita, ha deciso di portare in tour mondiale, la sua più grande opera: “The Wall”. In pochi giorni, se non addirittura ore, i biglietti sono subito esauriti, costringendo gli organizzatori ad aggiungere altre tre date, che sommate alle due già stabilite, hanno occupato, ad eccezione del 3, i primi sei giorni del mese. Chi ha perso questi eventi, non si deve preoccupare, perchè il 4 ed il 5 luglio avrà l’occasione di rifarsi. Undicesimo album in studio dei Pink Floyd, “The Wall” ha visto la luce il 30 novembre del 1979, in un periodo nel quale il gruppo era ormai nelle uniche mani del bassista. In effetti, altro non è che un concept autobiografico di Waters, che utilizza il personaggio principale, Pink, come suo alter-ego. Egli è afflitto da alcune problematiche quali la morte del padre in battaglia, la madre protettiva e gli insegnanti autoritari, che lo portano a costruirsi un muro mentale conducendolo alla follia. Solo con un processo davanti a tutti a capi accusatori, Pink potrà liberarsi di queste paure, facendo crollare il muro stesso. Il produttore è Bob Ezrin, capace di far risultare l’album, un mix di traccie rabbiose, romantiche ballate e suoni teatrali, il più venduto negli United States nel 1980. Un doppio Lp, dove solo la copertina a tema, è sinonimo di capolavoro. Nel 1982, viene presentato a Cannes, da Alan Parker, il film ononimo, dove ad interpretare il protagonista è stato scelto Bob Geldof. Se però pensate che nella musica non esista nessun altro muro famoso tanto questo vi sbagliate perchè il “The Wall of Sound”, non è di certo da meno. Ideato da Phil Spector, fu la più importante ed innovativa tecnica di registrazione, capace di donare al suono un effetto denso ed un forte riverbero, ideale per le radio am ed i juke-box degli anni 60′. L’eccentrico produttore riuniva a suonare numerosi musicisti solisti per suonare parti orchestrali, raddoppiando ed a volte triplicando gli strumenti, per ottenere un effetto unisono ed un suono pieno, il tutto eseguito in due stanze separate. Nella prima si registrava il suono, che poi veniva trasmesso nel secondo locale obligatoriamente interrato, per poi ritornare alla prima stanza per essere infine aggiustato nella sala controllo. Scommetto che non avete capito un granchè, ma d’altronde io avevo molte problematiche persino a duplicare le musicassette, quindi è meglio che proseguiamo a conoscere meglio il personaggio di oggi.

Harvey Philip “Phil” Spector, nasce il 26 dicembre 1939, nel Bronx, a New York, da una famiglia di origine ebrea, emigrata dalla Russia. A causa del suicidio del padre nel 1953, assieme alla madre si trasferisce a Los Angeles, dove comincia, a sedici anni, a suonare la chitarra ed a formare il suo primo gruppo, i Teddy Bears. Con lui ci sono Marshall Lieb, Harvey Goldstein ed Annette Kleinbard. Attratto dalla produzione discografica, segue come un cagnolino, Stan Ross, socio-proprietario dei Gold Star Studios di Hollywood. Nel 1958, con i risparmi della band, riesce ad affitare una sala prove per due ore ed ad incidere, sotto l’etichetta Erra Records, due singoli, “Don’t You Worry My Little Pet” e “To Know Him Is To Love Him”. Struggente canzone dedicata al padre, raggiunse il primo posto della calssifica Billboard e vendette un milione di copie. Il successo permise ai Teddy Bears di firmare un contratto per la Imperial Records, ma il fallimento del successivo lavoro, “I Don’t Need You Anymore”, solo 91°, è la causa della successiva e precoce fine del grupppo. D’ora in poi Spector si dedicherà esclusimente alla produzione. Il primo lavoro lo ottiene grazie a Lester Still, che gli concede di lavorare con due suoi artisti, Jerry Leiber e Mike Stoller. Nasce così il progetto Spector Three. Inizialmente compose con Leiber “Spanish Harlem”, poi dopo alcuni lavori di turnista alla chitarra, registra per The Isley Brothers la canzone “Twist and Shout”, più tardi resa celebre dai The Beatles. Poi è il turno di “Corinna” di Ray Patterson e “Pretty Little Angel Eyes” di Curtis Lee, rispettivamente 9° e 7° in classifica, ed anche “I love How You Love Me” di Paris Sister. Nel 1961, si unisce definitivamente a Still, fondando la “Philles Records”. Mettono subito sotto contratto il gruppo femminile delle The Crystals, che con i primi due singoli, “There’no Other (Like My Baby)” e “Uptown”, raggiungono la top-ten. Nel 1962 riceve personalmente i complimenti del boss dell’Atlantic Records, Ahmet Ertgun, per il lavoro di Connie Francis, “Second Hand”. La Liberty Records gli propone un ingaggio come AR, ossia da talent scout, commettendo un grosso errore. Mentre era negli studi di quest’ultima, sente Gene Pitney cantare “He’s a Rebel”. Spector pensa bene di prendere la canzone, farla cantare a Darlene Love e di attribuirla alle Crystals. La canzone arriva dritta la numero uno, proprio mentre il socio Lester Still aveva appena lasciato tutto nelle sue mani. Nel 1963 crea il gruppo Bob B. Soxx and The Blue Jeans, incise del materiale solista della Love e rilasciò con le The Ronnetts il singolo “Be My Baby”, che arriva secondo in classifica. Spector è considerato un personaggio bizzarro per via del suo carattere rivoluzionario e folle. Da sempre contro la registrazione multitraccia ed il suono stereofonico, è sempre stato allergico agli album, preferendogli i singoli. L’unica volta che lancia sul mercato un disco a suo nome, lo fa a ridosso del Santo Natale del 1963, casualmente il giorno stesso dell’omicidio Kennedy. L’atmosfera natalizia e la tragica fatalità, rendono “A Christmas Gift For You” un album dalle numerose vendite. Nel 1964, durante un concerto delle The Ronnets al Cow Palace di San Francisco, rimane molto colpito dalle doti canore di due ragazzi, Bill Medley e Bobby Hatfield, a tal punto da assumerli a fine serata. I Righteous Brothers, questo il nome scelto successivamente per i due, incidono 4 singoli di enorme successo: “You’ve Lost That Lovin’ Feel” (1°), “Just Once In My Life” (9°), “Ebb Tide” (5°) ed infine “Unchained Melody” (4°), che visse una seconda giovinezza nel 1990, quando arrivo in cime alle classifiche, grazie alla scena sensuale del film “Gost”, ma anche grazie alla cover dei Petting, un gruppo locale ormai sciolto da anni. Inspiegabilmente, Spector vende tutto per scarso interesse alla Verve Records. Grazie ad i suoi insegnamenti, i Righteous Brothers, ottennero un’altra numero uno nel 1966, “(You’re My) Soul and Inspiration”. Gli ultimi dipendenti di Spector furono Ike & Tina Turner, con i quali incise quella che ancora oggi Spector stesso considera la canzone che meglio di tutte incarna il Wall of Sound, “River Deep-Mountain High”, giunta terza in Inghilterra e solo 88° negli States. Nel 1968, in gran segreto, porta all’altare Veronica “Ronnie” Bennett, cantante delle The Ronnetts, e l’anno successivo appare in un cameo nel film “Easy Rider”. Venuto a sapere della sua scelta di lasciare tutto, Allen Klein, manager dei The Beatles, lo stuzzicca con l’idea di lasciare gli States per approdare in Inghilterra per lavorare con il gruppo più famaso del mondo. E’ il 1970, ed Phil Spector si trova a Londra con in mano le registrazioni scartate dall’ultimo disco dei Fab4, “Get Back”. Pensa bene, con l’unica dissaprovazione di Paul McCartney, di inserire numerosi archi e cori all’interno delle tracce, e quello che ne esce è “Let It Be”, ultimo album per ordine di uscita, del quartetto di Liverpool, che dopo aver vinto anche l’Oscar per il film ononimo, si sciolsero per sempre. Paul McCarteney pubblicherà nel 2003, quella che ha sempre ritenuto la vera versione dell’album, rintitolandolo “Let It Be….Naked”. Spector invece, continuò il rapporto lavorativo soprattutto con George Harrison e John Lennon. Per il primo, produsse, sempre nel 70′, il pluri-platino “All Thing Must Pass” ed il leggendario “The Concert For Blangadesh” 1971′, entrambi numero uno, mentre con Lennon, partecipò alla realizzazione del primo disco assieme al gruppo dell’amata Ono, ”Plastic Ono Band”, arrivato al sesto posto, e all’immortale disco del cantate, “Immage”. Nel 1973 finisce la collaborazione coi Beatles. L’anno successivo Spector, è vittima di un gravissimo incidente d’auto, che lo costringe ad un intervento chirurgico di oltre 2o ore, con il totale di 300 punti in volto ed altri 4oo sulla nuca. Sfortuna vuole che aveva appena fondato la “Warner Spector”, ed aveva già in mano artisti come Cheer, Dion e Harry Nielsen. I suoi due ultimi lavori risalgono ai mitici anni 80′. quando produce “End of Century” dei Ramones ed il primo album di Yoko Ono, dopo l’assassinio del marito, “Season of Glass”. Mentre nel 1989 è stato introdotto nella Rock&Roll Hall of Fame. Poi più niente fino alla notte del 3 febbraio 2003, quando l’attrice e modella Lana Clarkson, viene trovata morta a causa di ferite da arma da fuoco, all’interno di una casa del produttore, che si dichiara fin da subito innocente asserendo che si tratta di suicidio. Nonostante ciò, viene comunque arrestato e rilasciato successivamente su cauzione pari ad un milione di dollari. Venne poi processato per omicidio di II grado e condannato in via definitiva il 13 aprile 2009, a 19 anni di reclusione, 15 per omicidio e 4 per possesso illegale di arma da fuoco. E’ rinchiuso al Substance Abuse Treatment Facility and States Prison di Los Angeles, dove potrà essere rilasciato sulla parola nel 2028. Quindi ho tempo 17 per fare un disco ed andare in California, sempre che Phil Spector non ci lasci prima.

Questa è “River Deep-Mountain High”, 1966, Ike & Tina Turner.

http://www.youtube.com/watch?v=VN_Aq2W2Yi0





And Music For All…..

19 05 2011

Collezionare oggetti di qualunque tipologia, è una passione che coinvolge un gran numero di persone, disposte a tutto pur di possedere il cimelio tanto desiderato. In ambito musicale, i dischi in vinile, gli innumerevoli bootleg, piuttosto che opere appartenute agli artisti stessi, rappresentano le principali attrazioni per i collezionisti, mentre in generale uno degli articoli più gettonato e affascinante, è di certo il francobollo. Ideato dall’inglese Sir Rowland Hill nel 1937, rappresenta la prova del pagamento anticipato per la prestazione postale. Di forma quasi principalmente rettangolare, è stampato da un lato e gommato dall’altro, per permettere l’affrancatura. Il primo francobollo emesso al mondo venne soprannominato “Penny Black”, e vide la luce nel 1940. Raffigurante il profilo della Regina Vittoria, diede il via a questo boom mondiale che coinvolse nel giro di pochissimi anni l’intero globo, basta pensare che non esiste paese che non ne abbia mai emesso uno. Già nel 1960 si assistette alla nascita del fenomeno della filatelia, ovvero il collezionismo dei francobolli stessi. A rendere un francobollo di valore, oltre alla rarità, viene considerata la tiratura ma anche l’errore di stampa ed i falsi. Per arginare quest’ultimo problema venne introdotta la filigrana, un marchio lavorato per riconoscerne l’autenticità. I francobolli si dividono essenzialmente in due tipi: quello ordinario, prodotto in grandi tirature e lunghe serie, e quello commemorativo, per ricordare od omaggiare una data, un avvenimento, piuttosto che una persona in particolare. Ci sono stati pochi musicisti che hanno avuto l’onore di esser stati stampati su di un francobollo, ed uno di questi è Henry Mancini. Emesso dalla U.S. Postal Service, il 13 aprile del 2004, raffigura il maestro durante il suo abituale compito di dirige un’orchestra. Sullo sfondo appaiono i titoli dei film dei quali ha curato le musiche, mentre nel basso la Pantera Rosa lo indica, quasi volesse anche lei omaggiarlo.

Enrico Nicola Mancini nasce il 16 aprile del 1924 a Cleveland (Ohio), nel quartiere Little Italy, dato che i genitori erano immigrati abruzzesi. Ad otto anni cominciò a prendere lezioni di ottavino, mentre a 12 si cimenta al pianoforte. Assieme al padre, suona in una band chiamata “Figli d’Italia”. Poco dopo essersi laureato nel 1942, venne richiamato nell’esercito statunitense, per combattere la II Guerra Mondiale, dove fu protagonista della librazione di un campo di concentramento tedesco. Quando torna in patria, nel 1946, diventa pianista ed arrangiatore della Gleen Miller Band, ora comandata da Tex Beneke, visto la caduta in battaglia dello stesso Miller. Tra i suoi maestri, dai quali apprende tutti i segreti della composizione, ricordiamo soprattutto Ernst Krenek e Mario Castelnuovo-Tedeschi. Nel 1952, diventa l’arrangiatore e compositore della Universal Pictures, incarico che lascia nel 1958. In questi sei anni Mancini cura le musiche di oltre cento film tra i quali: “Il Mostro della Laguna Nera”, “It Came From Outer Space”, “Tarantula”, “The Gleen Miller Story”, che gli valse anche una nomination agli Oscar, “The Benny Goodman Story” e “Orson Welles’ Touch of Evil”. Assieme ad Alex North, Elmer Bernstein, Leith Stevens e Jhonny Mandel, è considerato come pionere dell’introduzione della musica jazz, nel cinema e nella televisione. Negli anni sessanta inizia un lungo sodalizio artistico con il registra Blake Edwards, con il quale lavorò per ben 35 anni, realizzando una trentina di film quali: “Colazione da Tiffany”, di Mancini la famossisima “Moon River”, “I Giorni del Vino e delle Rose”, “Experiment in Terror”, “La Pantera Rosa”, “La Grande Corsa”, “The Party” e “Victor, Victoria”. Mancini ha lavorato anche con altri registri illustri come Stanley Donen, Howard Hawks, Martin Ritt, Vittorio de Sica, Norman Jewison, Paul Newman, Stanley Kramer, George Roy Hill, Arthur Miller, Ted Kotcheff, Alfred Hitchcock, e molti altri ancora. Nel suo curriculum trovano spazio anche film come ”Uccelli di Rovo” e “The Box Shadow”, e sigle di programmi tv quali “Mr Lucky”, “What’s Happening!”, “Hotel”, e gli show della NBC di Welk Lawrence e David Letterman. Chiuso il capitolo film e tv, passiamo alla sua vasta discografia. Oltre novanta album che comprendono quasi tutti i generi musicali, dalla musica classica a quella pop, sempre avvalendosi della sua big-band. Di questi novanta, otto sono diventati d’oro, e ben sessanta portano l’etichetta della RCA Records, con la quale Mancini ha firmato un contratto ventennale. Il Maestro ha eseguito all’incirca 50 concerti all’anno per un totale di 600 in tutta la sua carriera. Quasi sempre in tour con Johnny Mathis e Andy Williams, ha tenuto ben tre concerti per la Famiglia Reale Britannica, precisamente nel 66′, nel 80′ e nel 84′. Ha avuto 72 nomination ai Grammy, vincendone 2o, e 18 nomination agli Oscar, portandone a casa quattro. Inoltre ha vinto un Golden Globe Award, ed è stato nominato due volte per gli Emmy Awards. E’ stato il direttore di quattro orchestre: la London Symphony, la Israel, la Los Angeles e la Royal Philharmonic ed ha svolto il ruolo di attore solo due volte, in “Frasier” del 1994 ed in “Peter Gunn” nel 1967, oltre ad aver lavorato come doppiatore in “Indovina chi Viene a Cena?”. Il 14 giugno 1994, mentre stava lavorando a Broadway per il musical teatrale di “Victor-Victoria”, muore a causa di un tumore al pankreas dal quale era affetto da tempo. Lascia così la moglie, la cantante Virginia “Ginny” O’connor, con la quale era sposato da oltre 43 anni, all’epoca della loro appartenenza alla Tex Beneke Orchestra, durante il conflitto mondiale, e tre figli, due gemelle, Monica, anch’essa cantante, Felice, dirigente della Holland Opus Fondation e Christopher, editore musicale. Virginia O’connor è famosa per aver fondato nel 1948 la Society of Singer, uno dei primi sindacati per cantanti e musicisti. Dopo la morte di Mancini, vennero creati riconoscimenti ed istituzioni che portarono il suo nome. Dal 1996 al 2006 Jack Elliot e Patrick Willims curarono il H.M. Istitute, poi chiuso per mancanza di fondi, nel 2001 la Ascap (Società Amministratrice dei Compositori, Autori ed Editori) ha intromesso una borsa di studio Henry Mancini, stessa cosa fatta anche dalla UCLA, l’Università di Los Angeles, mentre nel 2005 è stata inaugurata la H.M. Academy, una scuola per bambini. Altro che francobollo, bisognerebbe dare il via al processo di beatificazione. Hanry Mancini Santo Subito.

Questa è “Baby Elephant Walk”, 1962, Henry Mancini.

http://www.youtube.com/watch?v=fkSfPxk_xKY








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